IL PROFESSOR UMBERTO CURI INDAGA LA PASSIONE. TERZO SEMINARIO DI FILOSOFIA A BENEVENTO. PRESENTE IL ‘LIVATINO’

Il professor Umberto CURI, dell’Università di Padova, oltre 50 pubblicazioni e conferenze in tutto il mondo, fa tappa per la terza volta nella città di Benevento, per il ciclo di seminari “La mia filosofia e le filosofie”, progetto del Liceo Classico “Giannone” di Benevento, curato dalla professoressa Carmela D’Aronzo. Il professor Curi è per la terza volta nella nostra città. La prima volta si è occupato della tematica dello straniero. La seconda di guerra e politica. Stavolta, nella cornice della sala conferenze della Facoltà di Giurisprudenza di Via Nicola Calandra, ha affrontato l’intrigante tema della passione, in tutte le sue forme ed espressioni. Così la nostra Marica, studentessa al quinto anno del Liceo ‘Livatino’, ha potuto chiedere al professore: “Lei nel suo libro si è occupato di tre forme di passione: il pensiero, con Socrate, la passione amorosa con Johannes e don Giovanni e la passione di Cristo. Qual è quella che l’ha appassionata di più?”. E Curi ha voluto rispondere per prima proprio a questa domanda, tra le tante postegli dai moltissimi studenti presenti in sala. Ha affermato di avere provato maggiore coinvolgimento nell’indagare la passione di Cristo, scoprendo, ad esempio, che piangere sul corpo di Cristo è un’invenzione delle arti figurative, da far risalire a Giotto, in quanto nel Vangelo, a causa dell’antica subalternità della donna, non vi era spazio né tempo per attardarsi nel dolore vicino ai defunti, anzi, esse erano appositamente tenute in disparte.
“La passione è un’esperienza che ci riguarda tutti – ha esordito Curi –. Ognuno di noi ha una o più passioni dominanti. Caratteristica della condizione umana è la capacità di condividere passioni, ma per lo più se ne parla male. O è necessario cancellarle dalla nostra vita, oppure tenerle sotto il controllo della ragione, evitando che esse ci travolgano. Il paradosso è questo: nella vita di ognuno le passioni hanno un ruolo fondamentale. Però si pensa che esse siano qualcosa di cui vergognarsi”.
A questo punto, il professor Curi enuncia delle passioni, chiedendo ai presenti che in esse si riconoscono di segnalarlo alzando la mano: “Io farò lo stesso”, aggiunge. Nell’ordine elenca: passione per lo sport; politica; cinema; lettura; studio; stare in compagnia; gioco; passione per l’amore.
Queste passioni – sottolinea alla fine del gioco – non sono esclusive. Ognuno di noi può ospitarne più di una, senza che esse siano in contraddizione”.
Eppure, nel Medioevo le passioni sono viste come “perturbationes animi”. Nel mondo greco come qualcosa che deve “essere tenuto a catena”.
Non è forse un caso che il primo testo letterario della nostra tradizione, l’Iliade, inizia esplorando una passione: l’ira di Achille, che reagisce ad un torto. Omero non la descrive in modo negativo, anzi Achille è giustificato nella sua collera in quanto egli è stato vittima di una prevaricazione.
Inoltre l’ira è una passione di cui non sono vittime solo gli uomini, ma anche la divinità. Sia nell’Antico che nel Nuovo testamento. Nella Bibbia ebraica, più volte Dio – il Dio che per Aristotele è impassibile – è preso dalla collera. Quando distrugge Sodoma e Gomorra per i peccati dei suoi abitanti. Oppure quando, disgustato dal comportamento degli uomini, scatena il diluvio universale. Anche in Esiodo, Zeus interviene più volte, perché ha in odio il genere umano.
Passando alla passione d’amore, invece, si può dire che essa sia alla base di comportamenti esemplari. Platone ha scritto due opere che sono alla base della concezione occidentale dell’amore: il Simposio ed il Fedro. L’amore non ci incatena alle cose sensibili. Al contrario, è proprio quello che ci spinge ad un processo di emancipazione morale ed intellettuale: l’amore, per Socrate, spinge i guerrieri in battaglia, a comportarsi in modo eroico per il compagno. L’amore spinge la giovane Alcesti ad offrire la propria vita a Tànatos, in cambio di quella del marito Admeto. Il mito di Admeto e Alcesti è ripreso da Euripide, il quale, a proposito di Alcesti, afferma che “leggera e sorridente” va incontro alla morte. Quella a cui, al banchetto di nozze, si sono sottratti sia gli anziani genitori del suo novello sposo, sia l’amico più caro di Admeto, Creonte, il quale più volte aveva dichiarato: “Ti voglio così bene che darei la vita per te”.
L’amore allora è quella forza che ci spinge ad andare oltre i nostri limiti, e che ci spinge a gesti eroici. Come nel caso di Antigone, altra splendente figura della mitologia greca, che predilige la legge morale alla legge positiva.
Alcesti ed Antigone, allora, sono esempi di un eroismo vero, che non ha bisogno della guerra per esprimersi, in quanto si esprime nel quotidiano. L’unico eroismo maschile della tradizione è quello nei campi di battaglia. Pensiamo che queste figure femminili si collocano in una cultura che prevede la subalternità della donna, relegata nel gineceo, mentre il marito ha il diritto di svagarsi con etere, prostitute ed anche con giovinetti, preferibilmente dai 13 ai 18 anni.
Nella Medea di Euripide si legge che per una donna è più rischioso il parto che andare cento volte in battaglia.
Ma qual è il rapporto tra ragione e passione? Una lunga tradizione dice che vi è un rapporto di incompatibilità. Non a caso la figura di saggio più emblematica, Pericle, il grande legislatore, il grande reggitore della città di Atene, quando gli comunicano che i suoi due figli sono morti in battaglia, risponde, senza scomporsi: “Sapevo di averli generati mortali”.
Vi è quindi questo stereotipo del saggio completamente privo di passione.
Ma Platone, nel “Teeteto”, per bocca di Socrate, interrogato da un interlocutore, espone la sua tesi sull’origine della Filosofia. La Filosofia nasce da Taumante. Iride è figlia di Taumante: da “tàuma”, stupore, meraviglia, sgomento, turbamento. Quando avvertiamo il tàuma abbiamo la spinta a riflettere. La Filosofia, la figlia più compiuta della ragione, è figlia di una passione, di una forte passione. Senza passione non vi è Filosofia. L’emozione ci spinge a ragionare, a riflettere, a cercare una risposta. Una vita senza passioni sarebbe arida e inconcepibile. E inoltre non genererebbe quel tipo di riflessione razionale che costituisce la Filosofia. “Allora – conclude Curi – liberiamoci dalla paura di avere delle passioni. In fondo la nostra vita è un tentativo di rispondere alle nostre inquietudini che di continuo incontriamo nel nostro cammino”.

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