IL ‘LIVATINO’ ALLA CONFERENZA FILOSOFICA DEL PROF. UMBERTO CURI A BENEVENTO

Il 15 aprile una delegazione di studenti del ‘Livatino’ ha seguito la conferenza di filosofia del professor Umberto Curi dell’Università di Padova dal titolo: “Rapporto tra guerra e politica”. La conferenza, cui hanno partecipato diverse scuole superiori della provincia, si è svolta presso l’Auditorium ‘Calandra’ di Benevento e rientra nel progetto “La “mia” filosofia e le filosofie”, promosso annualmente dal Liceo Classico “Giannone” di Benevento, referente la prof.ssa Carmela D’Aronzo. Il professor Curi è già noto agli studenti beneventani in quanto l’anno scorso, nell’ambito dello stesso progetto, ha tenuto un’interessantissima conferenza sul tema dello straniero, e le sue doti di chiarezza ed avvincente dialettica sono note a chi ha avuto modo di ascoltarlo. Curi, tra l’altro, è anche visitor professor presso le Università di Boston e Los Angeles, ed ha al suo attivo 40 pubblicazioni. La preside del “Giannone”, Norma Pedicini, ha ringraziato le molte scuole della provincia intenvenute, “scuole che – ha detto – insieme a noi hanno creduto in questa modalità di confronto”. Ha portato i suoi saluti la referente del progetto, prof.ssa D’Aronzo, la quale ha ribadito la validità del progetto, che permette a tanti giovani di riunirsi e parlare di filosofia. Quindi ha preso la parola Filippo Bencardino, Rettore dell’Università del Sannio, il quale ha rimarcato “l’importanza di questa iniziativa per i giovani, come momento di discussione e di confronto, soprattutto su un tema di così grande attualità come la guerra”. Il professor Curi è partito dalla definizione: che cos’è la guerra? L’Europa – ha detto – ha passato un lungo periodo di pace dalle origini della civiltà occidentale, tuttavia nel resto del mondo tra il 1945 ed il 2000 vi sono stati più morti di guerra di quanti non ve ne siano stati nella Seconda Guerra Mondiale. Le tre possibili definizioni di guerra da lui fornite sono state: 1) Nella cultura antica: quella di Omero, il quale nell’Iliade chiama la guerra Pòlemos kakòs, “la guerra è un male”, ma, aggiungendo subito dopo, “un male necessario”; 2) Nel pensiero moderno: la definizione che Thomas Hobbes ne dà nel “Leviatano” e nel “De Cive”, ossia “la guerra è quel periodo di tempo nel quale la volontà di combattere con le parole e con i fatti è sufficientemente chiara ed esposta. Ogni altro periodo è pace”: 3) Nell’età contemporanea: Karl Schmitt, mutuando l’espressione del generale prussiano Karl von Clausewitz, che tante volte aveva sfidato Napoleone sui campi di battaglia ed aveva scritto un voluminoso trattato “Della guerra” (il più letto di tutti i tempi sull’argomento), afferma: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. La guerra, ha poi preseguito Curi, è apportatrice di trasformazioni ed è qualcosa di cui l’uomo non è mai riuscito a liberarsi. Anche la Germania nazista, anche la rivoluzione bolscevica, sono eventi che non sono riusciti a cancellare la guerra dalla faccia della terra. Egli ha poi ripercorso gli scritti in cui Platone esamina il rapporto tra guerra e politica: il Protagora, la Repubblica, le Leggi. Il ‘Protagora’ espone il famoso mito di Prometeo, il quale ruba agli dei il fuoco e la tecnica per farne dono agli uomini. Ma entrambi i doni servono solo a fare sùn-oikìa, cioè agglomerati di case, e non ancora pòlis, ovvero la città fondata sul rispetto e la giustizia reciproca. Senza pòlis non c’è politikè, e quindi non c’è pòlemos (guerra). E senza guerra gli uomini non riescono a sconfiggere l’assalto delle belve feroci e sono quindi destinati a soccombere. La guerra scaturisce dalla politica e quindi è lo strumento con cui gli uomini possono salvarsi. Ragion per cui: 1) a salvare non è la tecnica ma la politica; 2) la guerra è parte della politica, e la politica è la salvatrice della condizione umana. Nelle Leggi, ultimo dei suoi scritti e sorta di testamento spirituale, Platone distingue due tipi di guerre: pòlemos e stàsis. Pòlemos è la guerra esterna, come quella contro le bestie feroci, non è distruttiva e serve all’evoluzione dello Stato. Stàsis è la guerra civile, interna, tra fratelli (adelfòi), ed è sempre dannosa perché disgrega lo Stato. Ma come riconosco il mio fratello? Dal fatto che, come me, proviene dallo stesso delfùs (utero)? O piuttosto dal fatto che parla la mia stessa lingua e condivide la mia stessa cultura? Entrambe le prospettive vanno superate per avitare la stàsis. “L’unica prospettiva – afferma Curi alla fine del suo appassionante intervento – è dilatare la prospettiva della fratellanza, trasformando ogni pòlemos in stàsis“.

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Istituto di Istruzione Superiore di San Marco dei Cavoti - BN
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